Divieto di assumere

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

«Divieto di assumere»: non si tratta di un paradosso ma del tentativo di spiegare il comune sentire percepito da imprese e lavoratori nel nostro Paese. I licenziamenti e le mancate assunzioni di questi anni non sono solo – giova ribadirlo – la conseguenza di una strutturale crisi economica, né possono essere semplicemente imputati all’aggressività delle imprese. Sono, anzi, il frutto di un sistema antiquato, barocco e fortemente burocratizzato che pone in capo a chi deve assumere e creare occupazione un quesito amletico: mi conviene o è meglio rinunciare? Non si assume essenzialmente perché le leggi che regolano i rapporti di lavoro sono eccessivamente rigide e, oltre al costo economico, vi è un costo normativo ormai insostenibile.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai sacerdoti dell’articolo 18 (che vorrebbero ripristinare per tutti) che in un Paese in cui è difficile licenziare diventerà sempre più difficile e sconveniente assumere. L’articolo 18 va superato con riferimento a tutti i lavoratori. Gli interventi messi in campo da diversi governi sul fronte degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato sono palliativi.

C’è poi il dato della totale incertezza normativa e giudiziaria in cui un imprenditore è costretto a muoversi. Prendiamo a paradigma il caso dell’apprendistato, che in Europa è considerato unanimemente lo strumento con cui garantire ai giovani un accesso intelligente al mercato del lavoro e, contestualmente, un riallineamento delle proprie competenze (la scuola spesso non insegna ciò che serve) con quelle richieste dal mercato. Dalla riforma Biagi del 2003, però, questo istituto ha subito ben dieci interventi correttivi di natura legislativa, tre modifiche attraverso decreti ministeriali,17 circolari interpretative e 30 tra note e interpelli. Per tacere del groviglio improduttivo di disposizioni riguardanti la formazione, spesso emanate più per far felici i formatori che i formati. In una condizione di questo tipo, difficilmente un imprenditore con un minimo di buonsenso si azzarda ad assumere un ragazzo con un contratto di apprendistato finalizzato all’assunzione.

Massimo Blasoni

L’un contro l’altro armati

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

La Repubblica italiana, come scrive la Costituzione, «è fondata sullavoro». Il nostro mercato del lavoro, invece, è fondato sul conflitto.Non solo conflitto tra rappresentanti dei lavoratori e imprenditori,o anche tra le diverse sigle sindacali. Oggi si deve fare i conti anche e soprattutto con un conflitto virtuale – ma gravido di effetti reali– tra lavoratori. Se in estrema sintesi volessimo definire il nostro mercato del lavoro, probabilmente basterebbe una parola: duale. Quella che stiamo vivendo è, per dirla con le parole di uno studioso assai moderato come Pietro Ichino, una «condizione di apartheid» che grazie a una legge del 1970 (lo Statuto dei lavoratori e il suo articolo 18) separa milioni di lavoratori dipendenti protetti (tutti i dipendenti pubblici e i dipendenti delle aziende private con più di 15 addetti assunti ante Job Act), i quali non possono essere licenziati se non per «giusta causa», da milioni di lavoratori, ugualmente dipendenti di piccole aziende o assunti dopo la modifica dell’articolo 18, che invece possono essere lasciati a casa e che nei fatti portano sulle loro spalle tutto il peso della flessibilità. Una sorta di Giano bifronte. È questo un modello che non ha eguali in Europa e che produce distorsioni davvero macroscopiche. Meglio sarebbe parificare la situazione dei lavoratori rendendo valide per tutti le previsioni di legge relative ai nuovi assunti.
Chi ha un posto comunque sicuro e garantito è poco propenso a migliorare il proprio contributo nell’azienda in cui presta servizio, ovvero non trova alcun vantaggio nel perfezionare la propria professionalità per rendersi disponibile sul mercato e spuntare condizioni migliori.
Siccome in Italia il lavoro è regolato parossisticamente e costa molto, per cercare di rimanere almeno un po’ competitivi, i vari governi hanno sempre operato le cosiddette «riforme al margine».
Si sono, pur evitando la vera sfida di una riforma di sistema, cioè inserite nel sistema dosi anche minime di flessibilità, prevedendo nuove forme contrattuali come quella dei contratti temporanei o atipici (interinali, co.co.pro, ecc.). Oggi il discrimine è tra vecchi e nuovi assunti. Dal punto di vista politico la ratio è chiara: si evita uno scontro lacerante con i sindacati sul tema dei diritti acquisiti di chi un lavoro ce l’ha già e contestualmente si forniscono alle imprese modalità di attivazione di contratti più flessibili. È una scelta particolarmente miope perché chi era garantito prima oggi lo è ancor di più e tutto il peso della flessibilità necessaria viene scaricato sulle spalle dei pochi neoassunti, principalmente giovani: i forti finiscono per essere più protetti e i deboli per essere più esposti al rischio. Si consideri un altro aspetto non marginale. Oltre al dualismo tra protetti e non protetti, tra stabilità e precarietà, c’è un ulteriore conflitto, ora latente, destinato prima o poi a esplodere: si tratta di quello tra lavoro pubblico e lavoro privato. Se un’azienda chiude, i lavoratori vengono lasciati a casa (abbiamo visto con quanta disparità di trattamento), mentre se chiude un’istituzione (ad esempio, le province) tutti ammettono che in realtà i costi del personale si debbano spalmare su altre amministrazioni, perché i soggetti che lavorano in quegli enti vanno obbligatoriamente ricollocati nel comparto pubblico. Non vi è alcuna ragione che spieghi questa ipertutela: sarebbe come stabilire che la chiusura di uno stabilimento Fiat determini l’obbligatoria assunzione di tutti i suoi dipendenti in una fabbrica italiana della Volkswagen (ammesso per assurdo che la Volkswagen scelga di investire in Italia). Il lavoro pubblico – da ridursi nell’ottica di Privatizziamo! – deve doverosamente avere regole che ne garantiscano trasparenza e terzietà e questo aspetto può essere ampiamente soddisfatto con procedure di ingresso concorsuali rigorose. Ma per quale arcano motivo quando un soggetto entra a far parte del novero dei dipendenti pubblici dovrebbe diventare «illicenziabile» a vita? Questo genera una pessima allocazione delle risorse all’interno del sistema e produce effetti pratici che in nessuna azienda privata sarebbero sostenibili.

Massimo Blasoni

LO STATO AVARO COSTA 3,7 MILIARDI ALLE PMI

IL TEMPO, 25 settembre 2019

3,7 miliardi di euro. Tanto è costato lo scorso anno alle imprese italiane anticipare il credito necessario a pagare dipendenti e materie prime per fornire beni e servizi alla Pubblica Amministrazione in attesa di essere saldate. Questa stima è stata effettuata mettendo in relazione i dati di Bankitalia sullo stock complessivo dei debiti con il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per finanziare i ritardi di pagamento della PA, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via.

È ovvio: se per fornire la Pubblica Amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere soprattutto per le piccole e medie imprese. I ritardi finiscono per rappresentare una vera e propria tassa occulta che rende ancora più ardua la competizione con le aziende di Paesi come la Francia e la Germania che hanno tempi di pagamento della PA, e dunque costi finanziari, che sono mediamente la metà dei nostri. Secondo il recente European Payment Report 2019 di Intrum Justitia, quanto a tempi di pagamento siamo terz’ultimi in Europa, seguiti solamente da Portogallo e Grecia. I ritardi non contribuiscono affatto a migliorare il rapporto di fiducia tra Stato e impresa. Insomma, le tasse vengono richieste ai cittadini e incassate con scadenze precise ma lo Stato invece paga quando vuole, in sostanza finanziandosi parzialmente a spese del sistema produttivo.

Lo stock di debiti della PA verso le imprese italiane è stimato da Bankitalia in 53 miliardi per il 2018. Una cifra ingentissima che rappresenta un rilevante freno per il nostro sistema produttivo. Il calo rispetto all’anno precedente è di appena quattro miliardi di euro. Liquidare con operazioni spot i debiti pregressi non riduce infatti lo stock complessivo poiché i debiti commerciali si rigenerano costantemente, essendo beni e servizi forniti di continuo. Le imprese italiane sopportano tasse rilevanti, una burocrazia oppressiva e una giustizia civile assai lenta. Sarebbe auspicabile che fossero almeno esentate da questa sorta di tassa occulta.

Massimo Blasoni
Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

IN ITALIA CAMBIANO CONTINUAMENTE I GOVERNI MA LA CORSA VERSO LO SFASCIO NON RALLENTA MAI

ITALIA OGGI, 25 settembre 2019

La politica nazionale conta? Ovviamente, ma molto meno che in passato e soprattutto il mutare di orientamento dei governi che si succedono non sembra avere effetti significativi almeno sulle tasse che paghiamo e sulla crescita del debito. Insomma, al di là delle dichiarazioni roboanti dei sette governi che abbiamo avuto dal 2006 ad oggi, la pressione fiscale è rimasta sempre in uno strettissimo corridoio che va dal 41,5% del 2007 all’attuale 42,1%. Modestissime differenze ben poco condizionate dai diversi orientamenti: siamo passati dal centro-destra al centro-sinistra fino all’ultimo governo giallo-verde.

Anche la crescita del debito nel periodo ha conosciuto una progressione sostanzialmente omogenea, indipendentemente dal colore politico di chi governava. Questo non vuol dire che le scelte dei partiti non ricadano pesantemente su ognuno di noi ma ciò avviene non come un tempo, soprattutto al nord. Nell’economia globale finiscono per prevalere decisioni e indirizzi che vengono assunti in consessi più ampi. Qualche esempio?

All’ambito nazionale è sottratta la politica monetaria. Un tempo la moneta poteva essere svalutata in una notte, oggi le scelte sull’euro non si fanno certo a Roma. I partiti peraltro controllavano il sistema bancario, con tutto quello che ne consegue. Dalla Banca Nazionale del Lavoro al Banco di Napoli, dal Monte dei Paschi di Siena all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, la nomina dei CDA competeva all’ambito politico. Oggi non è più così e i parametri europei di concessione del credito in ogni caso rendono molto più difficile elargire denaro facile a sodali e conoscenti. Sono lontani i tempi in cui le assunzioni nel pubblico impiego erano migliaia e servivano ad appagare le rispettive clientele e i parametri europei limitano di molto gli aiuti di Stato al sistema delle imprese.

Stare in Europa vuol dire accettarne le regole, che tradotto significa che incrementare fuori misura deficit o debito comporta sanzioni. E anche se il nostro debito pubblico è in costante crescita sono lontani gli anni ‘80 in cui il deficit annuo raggiungeva anche il 14% del Pil. In definitiva, la signoria dello spread rende di fatto impossibile assumere decisioni che i mercati giudicano radicali o eccessivamente populiste. Il confronto tra i partiti, soprattutto negli ultimi mesi, ha dato un’idea della politica fortemente drammatizzata. C’è molto della soap opera con colpi di scena, fidanzate esibite, performance balneari e cambiamenti di fronte. Occorre forse che tutti rimettano i piedi per terra e si chiedano cosa concretamente possano fare nei limiti che gli sono concessi.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

Il Lavoro

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Il lavoro e l’impresa sono due facce di una medaglia. Ovvero, con altre parole, rappresentano l’insieme dei produttori, dunque di coloro al servizio dei quali andrebbe posto ogni intervento legislativo e amministrativo perché dalla loro attività deriva la crescita del Paese e il benessere dei singoli.
Non sempre è così, tutt’altro. Con franchezza bisogna, però, riconoscere che vi sono anche responsabilità sia delle imprese sia dei lavoratori che si assommano a leggi astruse e scelte politiche sbagliate.

Il peggior mercato del lavoro in Europa

Nel 2001 Marco Biagi definiva quello italiano «il peggior mercato del lavoro europeo». Colpa di tassi di occupazione molto bassi, di regole complesse e spesso fuori dal tempo. Otto governi e 14 anni dopo la situazione non sembra essere migliorata di molto. A fine anni Novanta il tasso di occupazione in Italia era pari al 51%: nove punti in meno rispetto alla media dell’Unione Europea a 15 Stati.
Oggi il tasso di occupazione è salito di quattro punti percentuali (55%), ma la differenza rispetto ai competitor europei è rimasta invariata. Continuiamo a essere, quindi, uno dei Paesi con meno gente attiva al lavoro e questa caratteristica assume i contorni di una vera e propria patologia strutturale se guardiamo ai dati relativi ai giovani: oltre il 40% degli under 25 italiani è senza lavoro (contro una media europea del 22%) e, cosa ben più preoccupante, non si arresta il fenomeno dei Neet (not in employment, education or training).
La quota di ragazzi che non hanno un’occupazione e, al tempo stesso, non sono a scuola o non seguono un percorso di formazione si attesta al 26,4% della popolazione giovanile con punte del 35% nelle regioni del Mezzogiorno (fonte Istat).
Il deterioramento delle condizioni economiche generali ha messo ancor più in luce la difficoltà che il nostro Paese riscontra nell’offrire a imprenditori e lavoratori un mercato del lavoro equo,dinamico, meritocratico, capace di rispondere con rapidità ai mutamenti di scenario. Dal 1996 a oggi i modelli produttivi si sono profondamente trasformati e questo dato è comune alla stragrande maggioranza dei Paesi europei. Per l’Italia avrebbe dovuto rappresentare un grande vantaggio e uno stimolo a promulgare celermente quelle riforme che tutti i Paesi erano chiamati ad adottare. Dalla fine degli anni Novanta a oggi, nel resto d’Europa si sono messe in cantiere importanti riforme che hanno inciso sulle dinamiche e sulla qualità del mercato del lavoro. L’Italia non è stata da meno, realizzando almeno quattro grandi interventi legislativi (Treu, Biagi, Fornero e Jobs Act), incapaci tuttavia di dirimere le contraddizioni antiche del nostro sistema, quantunque vada riconosciuto che soprattutto la riforma Biagi, seppur mai completata, ha garantito una discesa rapida dei tassi di disoccupazione e il numero più elevato di persone al lavoro degli ultimi vent’anni. Le riforme
hanno inciso in maniera limitata per la difficoltà precipuamente italiana ad applicare con rapidità le norme che il Parlamento licenzia.
È successo quindi che gli altri Paesi hanno dato corso alle riforme e le hanno implementate mentre qui, dopo qualche conferenza stampa di presentazione dei nuovi interventi governativi, si è perso tempo nell’attuazione pratica di quei dispositivi. Oppure, melius re perpensa, si sono adottate modifiche volte a edulcorare i provvedimenti assunti. Si guardi, a paradigma, alla riforma Fornero del 2011: nel 2014 erano già sette le modifiche sostanziali che vi erano state apportate.
C’è poi chi sostiene anche la tesi contraria, e cioè che il nostro mercato del lavoro sia messo così male a causa di una profonda sofferenza del nostro sistema produttivo (manifatturiero in particolare).In questi casi si cita spesso la frase: «non si crea lavoro per decreto». È forse una massima ben fondata, ma va ricordato che per decreto si può anche distruggere il lavoro che c’è o che ci sarebbe, e ne sono prova i disastrosi risultati della riforma Fornero che, irrigidendo gli strumenti con cui gli imprenditori potevano assumere, ha finito per scoraggiare le imprese, facendo aumentare pure il numero di rapporti risolti o mai avviati. Né il Jobs Act pare salvifico: tutt’altro, ha infatti facilitato la stabilizzazione dei rapporti più che nuove assunzioni. Non è vero che la crescita del pil da sola traina l’occupazione: l’aumento della ricchezza prodotta è un dato necessario, ma non sufficiente. I Paesi dove le politiche del lavoro funzionano meglio (dove c’è un mercato del lavoro dinamico, dove vi sono le politiche attive più funzionali, ecc.) sono anche quelli in cui l’occupazione è proporzionalmente calata meno rispetto allo scadimento del pil.
A questa condizione già di per sé delicata si è poi aggiunta la inadeguata riforma del titolo V della Costituzione – in parte rivista – che ha avuto, in tema di lavoro, un impatto devastante. Mentre in Europa le politiche di indirizzo sono affidate al livello nazionale e l’organizzazione dei singoli servizi è demandata alle istituzioni locali, in Italia si è scelta una via completamente in controtendenza: il cosiddetto «federalismo» ha infatti attribuito potere di indirizzo e risorse per l’attuazione alle regioni, spesso sprovviste della visione e delle competenze necessarie per affrontare un tema così complesso. Il risultato sono 20 sistemi tutti disallineati, che non comunicano, che hanno banche dati separate e che implementano misure e strumenti di monitoraggio completamente diversi tra loro.

Massimo Blasoni

Imprenditore e Presidente del Centro studi Impresalavoro

NON È UN TABU PASSARE AL PRIVATO, BASTA FARLO UN GRADINO PER VOLTA

LA VERITÀ, 28 marzo 2019

Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d’Europa): è soprattutto poco efficiente. L’attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all’INPS che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia o invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.

Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10mila euro annui per trent’anni investendoli in un Fondo pensione con un rendimento del 2,5%. Accumulerebbe un montante di 410mila euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l’INPS. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d’età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.

È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l’ISTAT a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.

Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l’anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l’apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L’Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt’altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell’aspettativa di vita media.

Secondo il bilancio consuntivo dell’INPS, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all’anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell’INPS a 7 miliardi medi l’anno.

L’insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell’INPS, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale: in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensionistico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l’allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni). Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.

Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l’INPS a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.

Massimo Blasoni – Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro

DA DOVE ARRIVERÀ LA PROSSIMA BOLLA SPECULATIVA

IL TEMPO, 7 marzo 2019

L’instabilità politica, la bassa crescita del Paese e la riduzione degli investimenti pubblici – scesi da 54 a 34 miliardi negli ultimi otto anni – non aiutano certo la vita delle imprese. Tuttavia non sono poche le aziende medie e grandi in Italia a conseguire buoni risultati, merito soprattutto del coraggio e della creatività di tanti imprenditori.

Poiché nelle cessioni d’azienda vengono riconosciuti alti multipli dell’EBITDA (il margine operativo lordo), molti di questi sono disponibili a cedere la loro impresa a grandi Fondi e società di Private Equity: in tal modo si vedono garantiti elevati corrispettivi che vanno ben oltre i valori che altrimenti verrebbero loro riconosciuti dal mercato azionario. Tra l’altro la tassazione sulle plusvalenze da rivalutazione delle quote che si registra in caso di cessione a un Fondo è ben più vantaggiosa di quella applicata al capital gain.

Com’è noto, la contrazione del credito alle imprese (diminuito di 214 miliardi dal 2011 al 2018) e il Quantitative Easing hanno sostanzialmente reso disponibili larghe quantità di denaro che vengono in parte gestite da Fondi e Private Equity. Le banche trovano infatti più rassicurante finanziare investitori istituzionali anziché il sistema delle imprese dove molte realtà hanno un basso merito creditizio.

Il denaro però non dorme mai e gli investitori lo reimpiegano sovente in investimenti immobiliari o in partecipazioni di maggioranza di aziende con buona redditività. Si spiega così il frenetico shopping da parte dei Private Equity che ha avuto l’effetto di innalzare la valutazione delle aziende, forse anche al di sopra dei loro effettivi valori. Secondo l’ultimo Rapporto KPMG l’anno scorso sono stati conclusi 110 passaggi per un controvalore di 12 miliardi: metà di queste aziende sono state acquisite da investitori italiani, l’altra metà invece da Private Equity esteri.

Come detto, i prezzi si sono significativamente innalzati e per molti imprenditori la tentazione di vendere può diventare irresistibile. Questo fenomeno rischia di rendere più fragile il nostro sistema economico, e non solo perché molte aziende italiane finiscono in mani straniere. Quel che soprattutto preoccupa è che la finalità di questo tipo di investitori è volta a generare molto rapidamente grandi plusvalenze e a rivendere spesso dopo appena cinque anni le aziende stesse.

Se in ogni decisione relativa alla vita delle imprese a prevalere è un approccio finanziario e non un profilo industriale, il rischio di bolle speculative è dietro l’angolo e le recenti vicende ci insegnano quanto questo possa essere pericoloso. Far crescere e internazionalizzare le imprese è importante ma spersonalizzare spesso non paga. A maggior ragione in un sistema come quello italiano fatto di piccole e medie imprese e di molti capitani coraggiosi.

Massimo Blasoni
Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro

La cosiddetta «società civile»

Tratto dal Libro “Privatizziamo Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Società civile e politica non rappresentano una dicotomia. Certo la politica finisce per essere una corporazione, una delle tante, mai suoi membri sono stati e restano società civile. La politica, se si vuole, è società civile assurta a un diverso ruolo: in ultimo, però, è specchio dell’intera comunità. Gli atteggiamenti opportunistici o emotivi che dominano i cittadini alla fine si riverberano su un’azione politica troppo condizionabile dagli umori del momento e quindi orientata verso la demagogia.
Non si tratta di vagheggiare scriba illuminati o di pretendere dal pubblico quel «degasperiano» guardare oltre le prossime elezioni,ma di comprendere che coesistono due ambiguità: quella rappresentata
da un ceto politico che privilegia l’acquisizione del consenso alla responsabilità e quella, altrettanto censurabile, di un elettorato che preferisce non affrontare responsabilmente i problemi. Siamo dinanzi a un continuum nella società civile-politica: pernicioso, però. Ovviamente non è sempre così e in qualche caso la società civile anticipa il legislatore, sapendo talvolta fotografare prima della politica il mutare delle relazioni sociali, come nel referendum del 1974 sul divorzio.
Essa è però anche la sommatoria di troppi interessi particolari. L’Italia è piena di comitati di vallata, di quartiere e quant’altri, costituitisi solo per dire no: all’elettrodotto, alla Tav, ai rifiuti. Si ha a che fare con una difesa dell’interesse particolare che spesso non conosce ragione. Not in my backyard, lo slogan è sempre quello. I rifiuti vanno smaltiti, ma non vicino a casa mia: e questo anche se li ha prodotti la mia comunità. Le riforme sono necessarie, non quando mi riguardano direttamente. Tutto quello che è ragionevole in termini generali diventa quasi inaccettabile nel particulare. Questo non è un atteggiamento proprio delle fasce culturalmente più deboli. Tutt’altro. Vi è una refrattarietà estrema al cambiamento e quando dai gruppi si scende al singolo il problema si amplifica. Si contestano le raccomandazioni, ma solo se non ci riguardano. Si afferma in modo convinto di essere contro l’evasione quantunque
poi non si chieda la fattura. E si badi bene: non è questo un atteggiamento motivato unicamente dalla presenza di uno Stato pervasivo e tassatore, non è solo l’antagonismo a un Moloch che pure talora pare privarci della libertà.
Il privilegio del singolo finisce per imporsi anche a scapito delle libertà altrui: si fa semplice egoismo. E dietro il paludamento delle giustificazioni sempre ben congeniate (e spesso vissute come reali) esprime una dimensione assai gretta. Ovviamente non si può generalizzare e nella nostra società vi sono splendidi esempi di volontariato e dirittura morale. È però evidente che singolarmente presi,molto spesso, gli italian esprimono un particolarismo ben poco nobile. E collettivamente domina l’emotività, la xenofilia, l’inclinazione alla seduzione passeggera e poi all’ostracismo nei riguardi di sistemi politici prima amati e poi vituperati. E le malefatte di chi governa vengono contestate solo quando inizia a essere in discussione quel benessere che quel ceto politico doveva garantire.Gli aumenti ingiustificati e le assunzioni inutili non sono forse la rappresentazione di un gigantesco e ben gradito voto di scambio? Quanti sono coloro che hanno rifiutato le pensioni a 40 anni di età?
In questo senso – va ripetuto –, interfaccia della società civile sono non soltanto la politica, ma anche il sindacato, le associazioni di categoria, le Camere di Commercio: tutti soggetti che si sono istituzionalizzati sempre più e in cambio del loro crescente potere hanno contribuito a erogare provvidenze, entrando a pieno titolo in quell’ordito consociativo costituito da molteplici centri di decisione. E gli ordini professionali? Non sono forse anch’essi lo specchio di una medesima realtà? Notai, avvocati, commercialisti, medici,farmacisti e via dicendo sono riusciti, nel corso degli anni, a garantirsi varie e crescenti tutele: da tariffe professionali definite a numeri limitati per l’accesso a determinate professioni. E tutto ciò è avvenuto a discapito della libera concorrenza e della tutela dei diritti dei cittadini, costretti a pagare di più per prestazioni e servizi.
In questo quadro, come si colloca il rapporto tra le generazioni? I giovani che oggi vivono una drammatica crisi dell’occupazione sono, va detto in tutta onestà, anche loro figli di un percorso socio-culturale esageratamente protettivo. L’età media dell’emancipazione abitativa in Europa è 20 anni, da noi è 30. È certamente vero che le condizioni occupazionali in Italia sono difficili, ma al tempo stesso nel restare nella casa paterna si palesano due opposti egoismi: quello genitoriale e quello filiale. Il primo è nutrito di amore e possesso, l’altro talora di pigrizia.
Nel complesso (non in tutti i casi, è chiaro) si preferisce accettare condizioni di vita che sono via via peggiori, acquiescenti al declino, piuttosto che reagire. Come individui, certo, ma anche collettivamente.
La società civile partecipa alla politica non solo votando o astenendosi.Si è partigiani, divisi tra guelfi o ghibellini, oppure distratti e anche giustamente disincantati. In larga parte si è critici, anche se poi vi sono eserciti di candidati alle elezioni comunali del più piccolo paese, tutti pronti alle promesse più mirabolanti pur di essere eletti.
Quegli stessi che fino a qualche giorno prima censuravano la dissennatezza della pubblica amministrazione, del partito e della spesa, all’improvviso difendono l’esistenza dell’ultimo comune, delle province, di quell’ente che improvvisamente potrebbero rappresentare. Vi è sempre qualche localismo da difendere, qualche rischio di esproprio del proprio territorio, del proprio ruolo, del prestigio di una comunità.
Parimenti il giudizio dei cittadini sui risultati di un’amministrazione è raramente ragionato. Il voto è più l’effetto di una precondizione culturale (comunque sono antidestra o antisinistra e viadicendo) e più ancora della capacità di far sognare, di promettere.
Disincantata, ma desiderosa di demandare a qualcuno la soluzione dei problemi, la più parte dei nostri concittadini preferisce non approfondire.Anche di questo la cattiva politica si nutre in un circolo
vizioso, che essa in parte determina e da cui in parte è determinata. Con questo non si vuol dire che la società italiana nel suo complesso sia ammalata. Piuttosto che questo eccesso di egoismi, familismi,rapporti di clan e corporazioni non è per nulla liberale e finisce per non riconoscere nemmeno un minimo interesse generale. Quello che ci può salvare è solo una diversa consapevolezza dell’eccezionale stato delle cose. Occorre che tutti sentano l’esigenza di una reazione insieme collettiva e individuale che implichi un vero ridimensionamento del ruolo dello Stato e l’enfatizzazione dei rapporti di sussidiarietà. Perseguire il nostro interesse è oggi paradossalmente rinunciare a una porzione di piccoli e grandi privilegi personali e nel contempo lavorare alla costruzione di una società privatizzata ed efficiente.

Massimo Blasoni

I NAVIGATOR RISCHIANO DI PERDERE LA ROTTA

IL GIORNALE, 14 febbraio 2019

Il nostro Paese non brilla certo per efficienza quanto a formazione e politiche attive per il lavoro. Un esempio è quanto avviene in Friuli Venezia Giulia, una Regione a statuto speciale e per giunta del Nord. Le norme impongono a case di riposo ed ospedali di avere tutto il personale con qualifica di Operatore dei Servizi Sociali. La disposizione è degli ultimi anni e ha imposto a moltissimi lavoratori di acquisire rapidamente il titolo per mantenere il proprio posto di lavoro. Peraltro il settore è in crescita e dunque richiede costantemente un maggior numero di operatori specializzati. Malgrado questo, non vengono indetti dalla Regione – l’unica titolata a farlo – che pochissimi corsi di qualificazione. Solo alcune decine di ambitissimi posti l’anno a fronte di migliaia di domande. Sia chiaro, non è consentito a privati o associazioni di categoria di promuovere autonomamente i corsi. L’effetto paradossale è che da un lato ci sono donne che perdono il loro lavoro per carenza di titoli mentre dall’altro le aziende sono costrette a cercare in altre regioni o all’estero operatori muniti di qualifica.

Questo è solo uno dei tantissimi casi di cervellotica burocrazia italiana. Tra l’altro viene spontaneo supporre che chi rimane senza un’occupazione finirà poi per chiedere il… reddito di cittadinanza. Per trovare lavoro non bastano i Centri per l’impiego, innanzitutto per la carenza di organico: se raffrontati a quelli di Paesi come la Francia e la Germania sono decisamente sottodimensionati. Un dato per tutti: i Centri per l’impiego italiani contano all’incirca 8mila operatori contro i 55mila addetti dell’agenzia pubblica francese Polè Emploi, a fronte di un contesto demografico comparabile. Pensare però che saranno risolutivi i nuovi 10mila navigator, che le disposizioni sul reddito di cittadinanza annunciano, sarebbe un errore. Il matching, l’incontro tra imprese e lavoratori, ha innanzitutto bisogno di una coerenza tra offerta formativa e domanda, che troppo spesso latita. Non basta rafforzare i Centri per l’impiego. Formare un numero adatto di professionisti dell’Information Technology, analisti dei big data, ma anche di progettisti meccanici, tornitori e fresatori specializzati è fondamentale e serve alle aziende e ai lavoratori molto più che ogni forma di sussidio.

Massimo Blasoni
Imprenditore e Presidente del Centrostudi ImpresaLavoro

L’ITALIA È SPENDACCIONA MA I SERVIZI SONO SCARSI

LA VERITÀ, 31 Gennaio 2019

Se ne parla poco, l’argomento sembra passato di moda, ma restano un fatto le vistose differenze nella dimensione e nell’andamento della spesa pubblica pro capite consolidata sostenuta nelle varie regioni italiane. I valori fotografati nel Rapporto annuale 2018 della Ragioneria generale dello Stato certificano infatti un abisso tra gli 8.203 euro spesi in Veneto (diminuiti peraltro di 83 euro rispetto all’anno precedente) e i 15.448 spesi in Valle d’Aosta o i 13.431 spesi in Trentino Alto Adige (aumentati rispettivamente di 1.683 e 539 euro rispetto all’anno precedente).

Questo tipo di dato viene ottenuto considerando ogni importo sostenuto in ciascuna regione da qualsivoglia organismo pubblico e tiene dunque conto delle spese dello Stato, della Regione, degli altri enti locali e di ogni Fondo alimentato con risorse nazionali o comunitarie, enti previdenziali compresi. Tutto, insomma. Nella classifica delle regioni più spendaccione – dopo le già citate Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige – seguono Lazio, Friuli Venezia Giulia e Molise. Tra le più parche (a far compagnia a Veneto e Lombardia) ci sono invece Puglia, Emilia Romagna, Marche e Sicilia.

L’evoluzione della spesa fa riflettere. Da un lato se ne ricava che l’enorme differenza della quantità di spesa tra Regioni non è semplicisticamente riconducibile alla loro collocazione geografica, dal momento che si spende tanto al Nord quanto al Sud. Dall’altro, oltre alla quantità, occorre considerarne anche la qualità. Prendiamo per esempio la sanità. Il livello dei servizi resi in Lombardia è nettamente migliore di quello calabrese, anche se l’Istat ci dice che il costo pro capite è di poco superiore: 120 euro a cittadino, un’inezia. Si tratta pertanto di spendere meno ma anche e soprattutto di spendere meglio.

Dal trasporto pubblico ai servizi postali, troppo spesso i nostri servizi pubblici sono lontani dagli standard che ci potremmo aspettare visto il loro costo, condizionati come sono da inefficienze ed eccesso di intermediazione politica. Un esempio? Nell’area di Napoli, forse la peggio servita quanto a raccolta e smaltimento rifiuti, si paga una delle tasse sui rifiuti più alte d’Italia. Resta infine l’annosa querelle sui residui fiscali. Ci sono regioni che ricevono dalla mano pubblica più di quello che versano in tasse e imposte e viceversa: un tema spinoso. Su un punto però siamo tutti d’accordo: la spesa corrente in valore assoluto non accenna a diminuire e restiamo tra i più spendaccioni d’Europa

Massimo Blasoni – Imprenditore e Presidente del Centro studi ImpresaLavoro